Sto seguendo l’ennesimo corso di formazione sulle AI.
AI che uso spesso, per me, per la didattica, per comprenderne i limiti.
Perché sono un curioso e anche perché ne studio il linguaggio.
Quando il prompt non è adatto alla risposta che ti aspetti, il testo prodotto ha lessico e sintassi riconoscibilissimi.
E, spesso, chi chiede a un bot di scrivere un testo per lui, se non sa raccomandargli quale stile usare, che lessico evitare e quali forme sintattiche sarebbe meglio non riprodurre, elabora testi estremamente meccanici.
E allora, studiare una macchina che ha appreso gli usi degli scriventi (che lo hanno involontariamente formato) diventa parte di una strategia di dissuasione affinché gli studenti evitino, nel limite del possibile, di usarlo.
E, però, sia chiaro, tutti dovrebbero imparare a praticare correttamente le AI. Se non altro perché bisogna sempre riconoscere i propri nemici ché, credetemi, quando avrete chiaro chi c’è dietro ai testi dei post che leggete, mentre scorrete pigramente il feed della vostra piattaforma social preferita, vi verrà davvero la nausea di certi contenuti.
Scritti tutti alla stessa maniera.
Perché, come dico spesso, la forma è il contenuto.
Pedagogicamente, inoltre, sarà più facile riconoscere lo studente che si è sforzato di scrivere senza fare uso di una intelligenza artificiale e chi, invece, ha bypassato qualsiasi sforzo.
Non solo per la presenza di orrori di ogni natura, ma perché potrete letteralmente vedere tutta la fatica impiegata per mettere giù il loro personalissimo pensiero.
Che vale cento volte di più di una frase ben scritta, ma anonima.
D’altronde, quando, se non negli anni di formazione, dalle scuola primaria a quelle secondarie, allenare alla creatività?
Tra le possibilità di Gemini, c’è quella di produrre delle fiabe. Credetemi, sono fatte bene, perché il linguaggio del genere, perché destinato ai bambini, prevede che sia spesso ridondante, semplice, quasi mai opaco.
Sforzo produttivo e creativo, in antitesi, comunque davvero difficile. Da giorni, provo a scrivere una fiaba, spinto dalle routine serali con Amalia che, dopo la favola letta dal libro, vuole che me ne inventi qualcuna, A volte riciclo storie note, arrivando a raccontarle tipo una Odissea semplificata estemporaneamente, altre mi faccio dare da lei dei personaggi di cui vorrebbe parlare e improvviso.
Non c’è nulla di più arduo di scrivere con un linguaggio semplice, in maniera chiara, per un pubblico esigente come lo sono i bambini, senza perciò annoiare ed essere banale. E, nel mio caso, significa uscire dalla mia routine stilistica. Ci riesco con le canzoni, perché forse mi ci alleno da una vita, ma molto meno con la prosa, per cui ho faticato, la stessa vita, per costruirmi tono, voce e stile che si adattassero ai miei pensieri.
Ecco, in tal senso, le AI riescono abbastanza bene nelle favole perché meno caratterizzati dalla personalità dell’autore.
Capite qual è il danno? Io sono convinto che gli artisti non saranno mai sostituiti da una scrittura robotica, almeno fin quando la morte, la malattia, il senso di precarietà quotidiana sono criteri biologici necessari per creare. Tuttavia, nel riciclare contenuti e linguaggio per le favole, purtroppo, quand’anche mediocri, riescono meglio.
Ma tolgono lo sfizio, il divertimento, il capriccio di riuscire in una zona in cui siamo meno confortati dall’abitudine.
La creatività la si allena tutti i giorni, ha a che fare con ciò che quelli bravi chiamano problem solving, con l’esercizio biologico e salvifico della fantasia. E dell’utopia.
Affidare il momento creativo della scrittura a un bot esterno, spacciandolo per brain storming, spunto o chissà cosa, significa anchilosare le proprie gambe neuronali. Un po’ come accade coi corpi agli umani in Wall-e.
Io i corsi li seguo e li offro, spesso, come formatore. Le AI le studio, nel caso, se mi occorre, le sfrutto, ma riconoscendone i limiti e con lo scopo di far capire perché farne a meno.
A meno che tu non voglia che altri allenino, per conto tuo, gli addominali, convinto ti scenda la panza.
