Molto banalmente, De Gregori ci ha tenuto che sapessimo che non può prendere parola su Gaza o su qualsiasi altra cosa perché
confuso,
non ha le idee chiare,
non si sente in grado di poter insegnare nulla e che un uomo di spettacolo (deluso io che lo credevo un poeta) non dovrebbe prendere parola su nulla (nel cestino quindi Viva l’Italia, La Storia siamo noi, Pablo, Generale, Titanic, ecc),
perché non si sente in grado.
C’è stata una volta in cui è stato in grado di usare bene le parole: gli sarebbe bastato dire che è un ignavo.
Quando Montale riteneva inutile la poesia, perché incapace realmente di fare un granché, se non alleviare e coccolare, inutilmente, le anime degli innamorati della parola, mentre sentiva tutta la difficoltà di trovare parole capaci di dare risposte, diceva no al partito fascista, sapeva esattamente, lui dall’animo informe, ciò che non era.
E non era un filosofo, né uno scienziato.
E a proposito di Edgar Morin, immenso filosofo recentemente scomparso a 104 anni, De Luca e, soprattutto, De Gregori, che derubrica l’artista a uomini di spettacolo, scevro da qualsiasi compito politico, ecco un estratto da “Sull’Estetica”.
Missione dell’artista?
«Se lo sciamano è colui che detiene il più profondo e veridico sapere, se il profeta è colui che denuncia e che annuncia, ci si può allora chiedere se la loro missione non sia ricomparsa, in modo congiunto, dopo l’Illuminismo in una nuova forma con alcuni artisti e scrittori.
Voltaire, Diderot, Rousseau, Goethe, Tolstoj, Dostoevskij si sentono investiti di una missione che va oltre la letteratura e concerne il destino dell’umanità. Sono in uno stato di profezia sociale. Victor Hugo, invecchiando, si sciamanizza. Lancia attraverso la sua poesia e la sua opera un messaggio, non solamente per la Francia, ma per tutta l’umanità: apostolo della libertà, sceglie l’esilio per non subire la tirannia che denuncia nei Castighi. Poi interverrà sulla Comune, per la Repubblica. Svolge un ruolo politico non come uomo politico ma come neo-sciamano e neo-profeta. Penso che ciò che si è chiamato nel xx secolo l’engagement degli scrittori e degli artisti corrisponde alla presa di coscienza di una missione che assume una dimensione post-sciamanica e post-profetica.
Emile Zola era un romanziere puro. Improvvisamente, interessatosi all’affaire Dreyfus, si è trasformato in portavoce della verità e della giustizia.
Dagli inizi e durante tutta la Prima guerra mondiale lo scrittore Romain Rolland, autore del troppo dimenticato Jean-Christophe, ha denunciato il conflitto fratricida, cosa che gli è valsa la maledizione di entrambi i fronti, ma lo ha fatto diventare anche il grande portavoce della saggezza durante quattro anni di delirio omicida.
Molti artisti e scrittori hanno pensato e pensano di avere un messaggio pubblico da enunciare senza essere per questo politici di professione. Per loro, l’arte non è solamente rivolta al piacere estetico, ha una funzione da svolgere nella società.
Lo sciamano, grande figura della società arcaica, non era il capo, non aveva il potere sul suo popolo, ma aveva un prestigio superiore. L’artista impegnato oggi, tanto più se celebre e ammirato, è l’erede in una certa maniera dello sciamano e anche del profeta biblico».
Sui suoi canali, Edoardo Prati difende la fraintendibilità dell’arte e il diritto dell’artista di non prendere parola franca, fuori dal suo stesso capolavoro.
Cita i manuali di letteratura per asserire, in breve, che l’artista non segue le aspettative del popolo.
Ma ribalta causa ed effetto. Non è che il popolo si aspetta che l’artista soddisfi le sue aspettative ma che dia credibilità alle sue stesse parole. Se io canto di rivendicazioni politiche e poi dopo taccio e, anzi, ritengo imbarazzanti le esposizioni degli altri, scadi. Diventi una bella silhouette senza sostanza.
Se io apro il manuale, ci sono Dante, Foscolo, Montale, Marino, Bruno, Galileo, tutta gente perseguitata non solo per quello che ha scritto ma ha anche per ciò che ha prodotto in termini di azione quotidiana. E sì, non è solo attraverso l’azione creativa.
Bracco, drammaturgo napoletano, al tempo molto celebrato più di Pirandello e Ibsen, nelle sue opere raccontava di temi quotidiani, quasi mai politici, ma si è rifiutato di avere la tessera fascista e, per questo, è stato messo ai margini della storia.
Non è che all’artista si chiede di riempire certi vuoti, ma se l’artista si riduce a una performance fine a sé stessa, è solo venditore di fumo, è solo qualcuno che approfitta di etichette per essere trovato sugli scaffali.
Cantare la Storia siamo noi e poi non prendere parola quando la storia gli bussa alla porta, fa di te un grande artigiano, ma non un artista, il quale non è semplicemente uomo di spettacolo, come ha detto De Gregori; fa filosofia, è un intellettuale, mette un contenuto vivo dentro al suo prodotto che, altrimenti, resta puro feticcio estetico.
