Sono passati dieci anni da ‘Buongiorno e Addio’, il primo lavoro editoriale di Francesco Mennillo.
In quella edizione, nella prefazione, celebravo con entusiasmo, l’esordio di una penna che già conoscevo fluida e cristallina nelle sue produzioni musicali, ma che finalmente esplodeva nella voce di un narratore.
Sono passati dieci anni e ‘Il bambino di Piscinola’ ha dentro gli stessi umori ma portati a maturazione per mezzo del disincanto spietato di chi ha trattenuto talmente tanto i sogni che, a un certo punto, hanno preso il sapore della nostalgia.
Perché il libro, strutturato in racconti-pianerottoli di un condominio, tenuto insieme per mezzo dei ricordi di quartiere, è un affaccio sulla vita di una Napoli che toglie e dà aria, come certi dormitori dai quali senti l’odore della vita ma allo stesso tempo ti hanno tolto dagli occhi il Vesuvio e il mare e la speranza.
E comunque, ti precipiti a ridosso della vita, prendendoti il buono, se non la ciorta di essere cresciuto in una buona famiglia, col cervello a posto, nei saloni dove poter festeggiare tutti insieme i compleanni di tutti, sviluppando tanta capacità critica.
Deleuze scrive che la creatività ha a che fare con ciò che c’è sotto alla superficie e, nei racconti di Mennillo, i ricordi si dispongono in modo che si possa vedere attraverso le storie, oltre al gesto etico ed emotivo della parola.
Come ne ‘La Famiglia di Scola’, ti trovi la vita scorrere attraverso l’andirivieni dei personaggi lungo i corridoi della vita. Manca un filo narrativo che avrebbe potuto tenere insieme quelli che restano piccole perle narrative, ma se ne sente la promessa.
Nello sguardo dei bambini che imparano a capire quanto siano cattive le le frasi senza soggetto, così come quelle di un adulto che si scopre figlio, fratello e padre negli occhi dei propri figli.
