La fame di sapere e di vivere: l’antieroe inquieto di Fame-sapiens, il primo romanzo di Ciro Vittozzi

Fame-sapiens. Origine di insubordinazione sentimentale, di Ciro Vittozzi, racconta la storia di Luciano, uno studioso di paleoantropologia evoluzionistica che coltiva una teoria particolare e ambiziosa sull’origine della specie umana. Secondo la sua ipotesi, la prima vera forma di superiorità dell’uomo sarebbe nata dalla capacità di apprendere e utilizzare la parola: una conquista che avrebbe consentito a una prima specie umana di imporsi progressivamente sulle altre, fino a dominarle e sottometterle.
È una teoria che Luciano tenta di far emergere nel mondo accademico attraverso studi e articoli, anche grazie all’incarico che gli viene affidato ufficiosamente dal suo ex relatore: seguire due giovani dottorandi tedeschi nella stesura di un articolo di ricerca.

Per lui, quell’occasione rappresenta la possibilità di legittimare finalmente le proprie idee e conquistare un riconoscimento accademico che continua a sfuggirgli. 

Nel frattempo Luciano vive a Napoli con Fabiana, una ragazza che lo ama e immagina per entrambi un futuro stabile. Ma il loro rapporto, per quanto fondato sull’affetto, non è sempre limpido. Luciano è uno studioso precario, costretto a sopravvivere tra piccoli lavori per la Soprintendenza e la speranza di ottenere un vero contratto da ricercatore. Alla sua precarietà economica si aggiungono il vizio dell’alcol e quello del gioco d’azzardo.

Ha una talpa nel calcio delle categorie inferiori che gli passa informazioni e risultati, notizie che Luciano condivide con alcuni amici per tentare di moltiplicare le vincite e trasformare il caso in una possibile via d’uscita.

Ancora più singolare è la sua attività segreta al Cimitero delle Fontanelle, dove avvicina i fedeli offrendo, in cambio di denaro, una sorta di consulenza su quale capuzzella adottare e di quale prendersi cura. La capuzzella è il teschio, ma nel contesto del Cimitero delle Fontanelle assume un significato molto più complesso: nel tradizionale culto napoletano delle anime pezzentelle, il cranio veniva associato all’anima di un defunto anonimo e abbandonato. Il fedele se ne prendeva cura, lo puliva, lo adornava e pregava per quell’anima, chiedendo in cambio protezione, grazie o persino numeri fortunati da giocare al lotto.  Luciano, sfruttando la sua formazione e la sua capacità di osservazione, scruta i crani e ipotizza l’origine sociale dei morti, cercando di individuare quelli che potrebbero essere appartenuti a persone nobili o benestanti e che, nella sua logica opportunistica e superstiziosa, potrebbero garantire risultati migliori a chi decide di affidarsi a loro.

Il romanzo è caratterizzato da diversi momenti di forte tensione e da una serie di climax che è meglio non svelare, perché uno dei suoi punti di forza del romanzo è proprio il modo in cui l’intreccio si sviluppa e si avvolge attorno alle diverse istanze che emergono sull’uomo, sulla sua origine e sul suo destino.

Vittozzi costruisce una storia nella quale il lettore è continuamente sollecitato ad aggiungere le proprie interpretazioni, confrontandosi con teorie evolutive, superstizioni popolari, ambizioni individuali e domande più profonde sul senso dell’esistenza.

Luciano è un autentico antieroe.
Ricorda, per certi aspetti, i personaggi della grande narrativa del Novecento, in particolare l’inettitudine sveviana: è incapace di adattarsi davvero alla vita borghese, pur desiderandola e ambendovi. Vorrebbe conquistarla ma, come Mattia Pascal, cerca di raggiungerla in modo precario e instabile, affidandosi al gioco d’azzardo e tentando continuamente di piegare il caso al proprio destino. In questo senso è quasi un superuomo monco: è convinto della propria superiorità intellettuale, ma non riesce a trasformarla in un vantaggio concreto. Anzi, proprio questa presunta superiorità sembra spesso condurlo verso conseguenze sempre più difficili da controllare.

Quando una scommessa fallisce, Luciano entra in un meccanismo che lo trascina verso una situazione ancora più paradossale e pericolosa.
È una delle risposte alle tante domande che attraversano il romanzo: chi aspira al dominio si ritrova dominato, chi pretende di leggere il destino degli altri si dimostra incapace di governare il proprio.

Luciano è un personaggio profondamente egocentrico, che fatica a vedere davvero gli altri e che, allo stesso tempo, sembra non essere mai realmente visto nella sua essenza umana. Resta imprigionato nella propria intelligenza, nelle proprie ambizioni e nelle proprie illusioni, incapace di costruire relazioni autentiche proprio perché tende a trasformare tutto — l’amore, la ricerca, il denaro, il gioco, persino la morte — in uno strumento per soddisfare la propria fame di riconoscimento.

Il romanzo di Vittozzi è dunque pregno di implicazioni esistenziali e morali. È scritto bene ed è efficace e, anche se Luciano non possiede quasi nulla di quei personaggi nei quali è facile immedesimarsi, riesce comunque a risultare avvincente.
La forza di Fame-sapiens sta anche nella capacità di costruire attorno a un protagonista discutibile una vicenda capace di trattenere il lettore e di spingerlo a interrogarsi non soltanto sulle origini dell’uomo, ma soprattutto su ciò che l’uomo continua a essere.

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