Credo di essere a Procida.
Sento i colori muoversi sulla retina e scivolare lenti nel ricordo. Gli odori si azzeccano addosso, assorbiti dalla pelle. Sfumano nel silenzio. Uno, due, tre passi.
Nient’altro. Forse un bagliore lontano, un tuono accoccolatosi nell’alito di un lampo.
Sì, a guardare bene, se ci penso, quella laggiù è la Corricella, Dottore.
Ed è notte.
Alle mie spalle, sul vecchio penitenziario abbandonato di Terra Murata, la pioggia lascia cadere petali trasparenti che, lenti, mi infradiciano tutto.
A farmi compagnia, soltanto gli echi di qualche passo solitario che viene da giù, i due cannoni di Piazzad’Armi, un ombrello mezzo rotto e una sensazione che non so interpretare ma che sa di zucchero, Dottore.
Poi lassù qualcuno si incazza all’improvviso e smuove, tutto insieme, cieli e nuvole. Chissà com’è che una piccola barca riesce a superare la sua collera. Una donnina getta le braccia intorno al collo di un piccolo marinaio. Potrei giurare di aver visto un sorriso di sollievo, più che di felicità.
A un tratto la tempesta s’arena e il mare lancia in cielo le stelle. Piano, mi avvicino al penitenziario. La piazzola davanti è deserta. L’edificio, i caratteri consumati della scritta «Penitenziario» e le finestre agonizzanti nella polvere sembrano essersi perse in un tempo di cui ci resta solo il suo peso.
Lo sento sullo stomaco, morde alla gola, mi fa tremare l’anima. Ha capito, Dottore? Ho paura.
Un richiamo, un fruscio, di nuovo un bagliore, alzo la testa: la finestra centrale, quella sopra il portone, è lì che la vedo. Un’ombra più scura delle altre ferma, appoggiata sull’uscio, mi osserva. È un attimo e pare eterno. Lo trattengo a me, anche se vorrei distoglierlo, lo sguardo.
È quel suo volto straziato, Dottore, quegli occhi, a tagliarmi dentro. È tutto avvinghiato al mio respiro: diviene terra e frutto di ogni mia angoscia.
Lo sa, Dottore? Ha qualcosa di familiare, ma ancora non ho capito cosa, ancora non ho capito cos’è. Nel buio, si risvegliano le celle, ravvivate dalla prigionia, come alcol sulla brace. Le anime, gridando, pretendono conforto e, straziate, di essere purgate. Il silenzio si è riempito, a poco a poco, di parole che sembrano trascinate dal peso della sofferenza di chi le pronuncia.
«Requiem aeternam dona eis, Domine, et lux perpetua luceat eis. Requiescant in pace. Amen».
La prigione è tutto un groviglio di lamenti, Dottore. È una preghiera biascicata fuori dalle gengive, un desiderio ancora pagano, inappagabile e dissanguato. Un tatuaggio inciso sottopelle, nella colpa, Dottore. Davanti a tutti, al di sopra di quei fremiti di delitti da espiare, fermo, ancora sofferente, resta lui con il suo sguardo.
«Anima Christi, sanctifica me. Corpus Christi, salva me. Sanguis Christi, inebria me, Aqua lateris Christi, lava me».
La pupilla scura si mescola all’iride che trema di rancore, le orbite si svuotano in un sorriso che è anticamera del buio. Lo so bene io com’è: il buio, creda a me, se lo porta dietro da un’eternità. E di nuovo vorrei metter via lo sguardo, ma questa volta è lui a trattenermi. L’ho riconosciuto. Ci siamo riconosciuti. Ho avvertito il solito e incontenibile desiderio di scappare, come la preda che di fronte al suo aguzzino sente accelerarsi il cuore e rabbrividisce all’idea di morire.
«Ab hoste maligno defende me. In hora mortis meae voca me. Et iube me venire ad te, ut cum Sanctis tuis laudem te in saecula saeculorum. Amen».
È certamente lui, Dottore, con i suoi lineamenti indefinibili, che per quanto mutevoli e sfigurabili, come gli incubi che passano tra le lenzuola, di letto in letto, si riconoscono dall’odore, dal tarattattà dei denti, dal sudore, dalla paura. È lui, tutto coperto, nascosto dietro un ghigno largo, unto, diafano, irrispettoso. Prende in giro la luna, lui, se ne fotte delle stelle, della pioggia, del mare in tempesta, della mia tachicardia che è tutt’uno col reflusso che mi porto a spasso da quando ancora, inconsapevole, difendevo, con le ninnenanna, gli istinti d’amore di mia madre. È lui, Dottore, resuscitato tra le pieghe di una fotografia che credevo persa, ritrovata invece come segnalibro in un racconto di Poe. Piano piano, si nasconde al di là delle finestre, tra uno, due, tre pilastri del carcere.
Piuttosto che accettare il duello, fuggo, Dottore, ma lui mi insegue e mi fa da monito.
Sa, mi resta sulla pelle, ancora come un incubo che, al mattino, ti lascia di cattivo umore, e te lo porti in giro per la città, come un lutto all’angolo del cuore. Non va via, né col caffè, né col sorriso di chi ami, e rischi di portartelo, di nuovo, di notte, fin dentro il letto con te. Ho paura, e perciò mi infilo nella notte, a capo chino, di fretta. Già, Dottore. Scappo ancora. Non so fare altro e lei lo sa, anche se non ha la cura. Non abbassi il capo, non finga, non si preoccupi, non c’è dispiacere nelle mie parole. Ormai, lo so da tempo.
C’è una lunga salita da percorrere, prima di arrivare al portale di Mezz’Omo. È sempre la stessa, solo che, questa volta, la pioggia, rimasta muschio sui lastroni e nell’aria, mi rallenta il passo. Mi getto nella notte sperando mi nasconda e ripari. Passo nuovamente di fianco ai due cannoni di Piazza d’Armi.
Il tunnel di pietre e buio mi si fa ogni volta più difficile da percorrere e da ricordare tanto che non so più darle, mio caro Dottore, dettagli azzurri e precisi. Tutto avviene di corsa: alla mia destra, immersa nelle mura, c’è una piccola e silenziosa cappella; ai lati, inchiodate, incise o dipinte ci sono cinque, forse sei, croci. A pensarci, all’entrata ce n’erano altre due, ma potrei sbagliare.
Salgo la breve salita del cunicolo di Porta Olmo, lì, dove, qualche anno fa, mi intrattenni con la figlia del panettiere per insegnarci l’amore. Il prete, prima era rimasto a curiosare mentre le spingevo la mano sul pene, poi, accortosi che lo avevo beccato intento a guardarci, ci cacciò via facendo un sacco di moine. Della figlia del panettiere ho forse una polaroid dimenticata a casa dei miei genitori. Se vuole, potrei portargliela la prossima volta, Dottore. Nel mio innocente museo, è tra i primissimi ricordi. Era bella, bellissima, e ne ero innamorato.
Provavo un amore ingenuo, immaturo, certo, che sa di pubertà, non lo metto indubbio, ma, me lo lasci dire, pur sempre puro. O, a dirgliela tutta, questo è quello che ci ho sempre visto in quella foto, almeno fino a quando l’ho avuta sotto al naso. Ora non saprei.
Meglio che avanti col racconto, Dottore.
Ho paura di trovarmi costretto a guardarmi alle spalle, di trovarmi faccia a faccia con la bestia crudele e con i polpacci sanguinanti. A testa bassa, continuo a correre.
Sarà perché penso alla figlia del panettiere, alla polaroid, a mia madre, al prete, a mio padre – che Dio lo abbia in gloria per la pazienza, i sacrifici e la bontà – ma supero veloce Porta Olmo, oltre la quale il Conservatorio delle Orfane mi accoglie inflessibile e borioso, come un austero usciere di una famiglia aristocratica.
Lo so cosa sta pensando, Dottore: tra piazza delle Armi e il Conservatorio non ci vuole tutto questo tempo, ha ragione, ma vuole mettersi a discutere con i miei ricordi? Ho i miei tempi.
Insomma, dicevo.
Faccio finalmente per girarmi, apro gli occhi, tenuti saldamente stretti alla polaroid e, oltre al buio bulimico, distinguo il nulla.
L’ho seminato e perciò respiro.
L’aria mi sembra più leggera. Ancora odora di pioggia e dell’affanno della corsa ma, al posto di quei canti in pena, ora, l’aria trasporta le note di un pianoforte. Mi piace, anche se ha il Do centrale leggermente calante. Accompagnato da quel motivo, mi avvicino sereno al punto panoramico, quello di Via Borgo, alla sinistra del conservatorio. Di fronte a me Capri, certamente lì.
Il buio, una leggera foschia e la distanza me la nascondono, ma la cerco comunque lì, a memoria, distesa sul suo fascino secolare. Respiro e sorridere acquista un valore tutto nuovo, Dottore. Come? Non saprei, Dottore, è lei che deve capire e spiegarmi il perché. Procida è teatro e artefice di questa tavolozza. S’immerge nel retrobottega della mia mente, lascia un calco, un’impronta chiara, forse non del tutto inequivocabile ma è comunque dentro il mio museo.
È un quadro sfilacciato da una coppia di gabbiani che tagliano il cielo come un altro Fontana che, insoddisfatto della propria opera, piscia la sua rabbia sulla tela, dandole, senza voglia, un fascino embrionale.
Chiudo gli occhi e mi abbandono ancora al suono bianco di quel pianoforte. Le note scappano, si nascondono, si raggiungono, si rivelano come quando, da bambini, di notte, giocavamo a nascondino e speravamo di uscire fuori solo per correre e fare salvi tutti. La melodia si corica sulle mie labbra, ora raggrinzite in un motivetto fischiato familiare.
Pe’ mme tu si’ catena, pe’ ll’ate si’ Maria.
È in questi momenti che sono felice, Dottore, assolutamente felice. Lontano dagli incubi, a pochi passi da un sogno, sul bordo di un precipizio. Ma è un attimo. Non mi illudo. È sempre andata così.
Soltanto un piccolissimo attimo di gioia. Me ne accorgo subito, sa. Lo sento, non puoi non sentirlo.
Il pianoforte si è già fermato, il pittore ha tagliato un’altra tela, la polaroid l’ho persa in qualche taschino di una giacca che ho buttato via, mio padre ha perso la pazienza. Un respiro si poggia sulla mia nuca. Ne sento il fetore, pestifero, atroce, crudele. Non faccio in tempo a girarmi che le palpebre, come impaurite, subito fuggono nelle orbite, lasciando scoperti gli occhi. Mi spinge dal bordo del precipizio.
«Anima Christi, sanctifica illum. Corpus Christi, salva illum. …»
Mi ha trovato.
15 Aprile
In cielo, una buccia di luna si nasconde lentamente, un po’ alla volta; sembra un soffio bianco lasciato lì da un paio di labbra silenziose.
Sposto lo sguardo dalla luna. Di fronte al mare e arroccato tra i grovigli della vegetazione di Punta Serra, un cimitero sporge le sue croci sulla spiaggia del Pozzo Vecchio, lì dove un postino (o un poeta? forse entrambi, non lo so) spinse il suo cuore fin dove un gabbiano sembra pronto a morire. Ha le piume intirizzite e grigie, le ali deboli, il passo sfibrato e stanco, lo sguardo perso, svuotato e implorante ma il becco già si schiude senza voce. Da lontano i suoi vecchi compagni ridono e pregano per lui.
Tutt’intorno è opaco, sottilissimo e gelatinoso.
Tutto somiglia più a uno scrigno di ricordi, a una diapositiva che proietta su di un muro lontano la sua pellicola sfocata, che a una realtà effettivamente vissuta. Poso le riflessioni in un angolo di sabbia, il caldo è reale e su questo – forse – non ho alcun dubbio; mi tolgo la maglia, i bracciali e gli anelli. Mi assicuro che le tasche del costume siano vuote e mi avvicino alla riva. Bagno i piedi e senza fretta, lentamente, entro nell’acqua.
Passano dei secondi, sono rilassato e, ora che vi sono immerso fino al collo, una medusa dai riflessi violacei viene a galla. Provo a spostarmi ma, prima che possa accorgermene, sono circondato da altre più grosse; resto fermo, sospeso, immerso in un banco di morsi da cui non posso uscire illeso. Mi rassegno, evito la fuga e, chiudendo gli occhi, mi getto nel loro abbraccio.
16 Aprile
Lo sa? La luce rende tutto così facile. Eppure, non intra-vedo la realtà. Ma le mani, dottore, possono ingannarci? Tra le mie, tra le mie mani, ho dei Tex e non so perché. Forse fanno parte di un altro museo, di un’altra bottega. Non è mia questa tavolozza, Dottore.
Li poggio su di un comodino e mi stiro sul letto, sotto le coperte. Me le tiro fin sotto al mento. La stanza, i mobili, le lenzuola e perfino la cornice di un quadro appeso alla parete, il cui ritratto erutta margini e colori scuri, indefiniti e indefinibili, sono interamente bianche.
Di fronte a me, uno specchio. Per un istante mi è parso di scorgervi un’altra persona qui al mio fianco, ma sarà stato il sonno; a volte gioca brutti scherzi.
La camera è fresca e sparge gemiti di aria pulita, come di detersivo di Marsiglia.
Con la schiena dritta, mi metto seduto con le gambe incrociate e viviseziono il quadro. Sembra che le immagini cambino di significato, forma e colore in base al punto di vista. Ora è leggermente alla mia sinistra e mi regala un bosco e una chiesa; se guardo meglio, oltre il giardino dei miei sospetti, si scorge anche la presenza di un campanile, invaso di verde ingiallito. Mi sposto disegnando con le natiche una linea immaginaria sul letto, fermandomi in un punto opposto ma simmetrico a quello di partenza. Ora vedo una campagna, una donna e un uomo. Vedo un fallo eretto, come un campanile. Sento caldo, mi scopro, chiudo gli occhi, poi li riapro e vedo un mare, due gabbiani, un paesino arroccato e… uno sguardo torvo, inquietante. Per spostare lo sguardo mi concentro a fissarmi un po’ i piedi. Quasi mi ipnotizzo a guardarli mentre si muovono. Beh, sarebbe meglio dire «mentre li muovo»; sarei pur sempre io a dire e a fare, non trova? Anche se, a dirgliela tutta, a volte mi pare che ogni cosa capiti per caso, senza il mio comando, come in un accatastarsi continuo di azioni indistinte, diverse, tese oltremisura tra loro e che si intersecano in un labirinto.
Cosa ne pensa? Riprendo i Tex. Anche se non sono miei perché non decidere di leggerli? Giro la prima pagina, seguo col dito la prima, la seconda, la terza vignetta ma mi addormento dopo poco.
Un’altra volta.
«Anima Christi, sanctifica illum. Corpus Christi, salva illum…».