“I titoli di coda di una vita insieme” di Diego De Silva è un romanzo che promette una coralità, una visione con due affacci sulla fine di un amore, ma si traduce invece in una confessione monodiretta e autoassolutoria, in cui la voce maschile cannibalizza lo spazio narrativo e nega di fatto alla donna – pur formalmente co-protagonista – una presenza autentica.
Il dispositivo del doppio punto di vista, che poteva offrire una narrazione speculare, dialettica, persino struggente nella sua ambivalenza, si riduce qui a un artificio che serve unicamente a rafforzare il punto di vista dell’io maschile, che non solo non evolve, ma spesso scivola in un’autoindulgenza stucchevole, compiaciuta.
Il personaggio femminile viene continuamente restituito come isterico o nevrotico; quando finalmente sembra guadagnare uno spazio di lucidità, lo fa solo per riaffermare l’intelligenza, la fragilità o il dolore dell’uomo, in una spirale che è tutto fuorché dialettica.
L’intero impianto emotivo del romanzo è dominato da un sentimentalismo esasperato che non si traduce mai in autentica emozione, ma resta incagliato in una retorica del ricordo, del rimpianto, della tristezza ben costruita ma incapace di ferire davvero.
Melensaggine che domina la narrazione tenta di darsi profondità attraverso citazioni letterarie, passaggi metaletterari e autoanalisi pseudo-filosofiche, che però risultano spesso gratuite, pretestuose, e sembrano più che altro funzionali a mettere in vetrina l’io narrante-scrittore, in un processo di sovrapposizione tra autore e personaggio che non trova reale giustificazione narrativa.
I riferimenti alla scrittura, alla letteratura, all’“opera in corso” che il protagonista sta elaborando, finiscono così per aggiungere peso invece che alleggerire, come se si chiedesse al lettore di applaudire la scrittura in sé, più che di lasciarsi toccare da quello che viene raccontato.
Anche i riferimenti alla vita quotidiana, alla routine borghese o alla realtà di periferia, mancano di verità e aderenza: sembrano inseriti per abitudine, come cliché da arredamento, funzionali a restituire un’aria di “contemporaneità realistica”, ma in realtà superficiali, poco sentiti, distanti dalla vita vera e privi della forza evocativa necessaria a far emergere davvero la complessità della crisi coniugale. Più che vissuti, sembrano sfogliati con noia.
Non c’è mai una reale immersione in un tessuto sociale, non c’è carne né voce nella città che abita i personaggi. Non c’è abito, non c’è abitato.
Il romanzo cerca continuamente di costruire scene “memorabili” (la lite con i piatti, la confessione in cucina, la passeggiata in pigiama), ma queste restano spesso confinate nella dimensione del bozzetto, affondate da un tono che alterna una prosa artificiosamente ricercata a momenti di dialogo troppo costruito, teatrale, quasi da sitcom domestica.
Ogni tanto spunta una battuta ben calibrata, un’intuizione sincera ma sono fiammate isolate in un’atmosfera che rimane ovattata dall’autocompiacimento.
Il momento più emblematico del fallimento narrativo del libro è la lettera finale indirizzata al giudice, che avrebbe potuto essere il culmine di una riflessione sull’intimità condivisa, sul trauma della separazione, sull’insensatezza burocratica che si abbatte sui sentimenti.
E invece, anche lì, nulla viene davvero detto che non sia già stato detto (meglio o peggio) nelle pagine precedenti. La lettera si limita a ribadire, a volte con toni vagamente moralistici, il punto di vista maschile sul dolore della fine, senza alcuna vera sorpresa, senza lacerazione, senza un punto di rottura. È un sigillo, sì, ma sul vuoto.
Se questa era la volontà, cioè mettere in luce un personaggio sciatto dentro la fine di una relazione e il suo punto di vista ottuso, l’autore ha raggiunto l’obiettivo di una denuncia, direi, sociale.
Diversamente, è stata una lunga e ostentata messa in scena del ridicolo senza riso.